La strana e spesso spaventosa bellezza dell’essere umani

“Gli umani” di Matt Haig


Come per ogni libro che leggo, anche per “Gli umani” di Matt Haig mi sono appuntata frasi, talvolta interi passaggi che mi colpiscono.

È da lì che poi parto per scrivere gli articoli per il Blog. Rileggo quei passaggi e rifletto su quello che sento che il libro mi ha lasciato.

Sono frasi sparse che, estrapolate dal contesto, mantengono un forte significato ma che sono tra loro scollegate, raccolte qua e là tra le centinaia di pagine che compongono il romanzo.

Rileggendo i passaggi che ho annotato durante la lettura de “Gli umani” mi sono stupita nell’accorgermi che, pur essendo presi da pagine anche molto distanti tra loro, si cuciono assieme come un’unica storia, senza nemmeno doverne modificare più di tanto l’ordine per trovare un filo logico.

Letti di fila, misteriosamente raccontano il cuore del romanzo; non tanto la trama, quanto l’essenza della storia, quella leggerezza non priva di divertente ironia con cui Matt Haig sa raccontare i misteri più profondi e commoventi della natura umana:

la capacità di provare dolcezza mentre si guarda negli occhi la nostra fragilità; di provare un’eccitante paura per una bellezza che non capiamo e non possiamo davvero capire fino in fondo e per questo attira e spaventa insieme; di stare nell’incertezza, che è la condizione umana, cercando quanto più possibile di averne consapevolezza; di non essere mai pronti a perdere ciò che di più prezioso incontriamo nella vita, pur sapendo di nascere con la finitudine scritta in noi, e sentire al contempo che ciò che più conta va oltre e per questo non può mai andare perduto.


La premessa della storia


“Gli umani” è la storia fantastica di un alieno che assume le sembianze di un professore, un matematico di Cambridge che ha fatto una scoperta di tale portata da costituire un rischio per la sopravvivenza di una razza aliena distante anni luce e che per questo è stato eliminato. L’alieno che prende il suo posto ha una missione: cancellare ogni traccia della scoperta scientifica, anche a costo di eliminare ogni persona che, venutane a conoscenza, rappresenti una minaccia.

Ma stare con gli umani è contagioso.  Attraverso la relazione con il figlio e la moglie del professore, Isobel, il nostro alieno scoprirà che l’amore, la paura e l’ebbrezza di un calice di vino non possono prescindere dalla solitudine, dalla fiducia e dall’emicrania che ne consegue…

È l’avere l’assoluto tra le mani, sapendo di poterlo perdere ad un battito di ciglia, che genera l’amore di cui siamo capaci.


L’alieno sono io


Matt Haig racconta che il romanzo è nato dalla sua diretta esperienza. L’alieno era lui.

“L’idea di questo libro mi è venuta per la prima volta nel 2000, quando ho cominciato a soffrire di attacchi di panico. A quell’epoca condividevo con l’innominato narratore di questa storia la sensazione che la vita umana fosse alquanto strana. Vivevo in uno stato di paura intensa ma irrazionale, e non riuscivo nemmeno a entrare da solo in un negozio, o andare da qualsiasi altra parte, senza che mi prendesse un attacco. L’unica cosa che mi aiutava a ritrovare una parvenza di calma era leggere.

Quella malattia è stata a suo modo un crollo, anche se, come ha detto Ronald David Laing (e dopo di lui Jerry Maguire nell’omonimo film) un crollo è molto spesso anche un’apertura. E oggi, stranamente, non guardo con rammarico a quell’inferno privato. Poco per volta sono guarito.

Leggere mi ha aiutato. Anche scrivere è stato utile. È per questo che sono diventato uno scrittore. Ho scoperto che le parole e le storie erano, in un certo senso, mappe per ritrovare la strada che portava a me stesso. In tutta sincerità, credo che la narrativa abbia il potere di salvare la vita, di guarire la mente. Ma mi ci sono voluti molti libri prima di arrivare a questo, cioè alla storia che avrei voluto raccontare prima di tutte le altre. La storia che cercava di guardare in faccia la strana e spesso spaventosa bellezza dell’essere umani.”

Sentirsi alien-ati dalla vita può essere la base per costruire una relazione d’amore con la propria esistenza.


Frammenti di “Gli umani” di Matt Haig


I “miei” passaggi sono tutti qui, uno accanto all’altro, a raccontare l’essenza dell’essere umani.

“Appena ci si accorge che è possibile provare un dolore sul quale non si ha alcun controllo, si diventa vulnerabili. Perché è dalla possibilità del dolore che nasce l’amore.”

“Non avevo mai assaggiato il vino. … Osservai il liquido giallo e trasparente nel bicchiere. Lo assaggiai, e sentii sapore di fermentazione. Come dire il sapore della vita sulla Terra. Tutto ciò che vive su questo pianeta fermenta, invecchia, si ammala. Ma a volte il declino che segue la maturità dà un gusto magnifico alle cose. Passai a esaminare il bicchiere. Il vetro è un distillato di roccia, quindi sa di molte cose. Conosce l’età dell’universo perché è l’universo. Bevvi un altro sorso.”

Isobel mi circondò le spalle con un braccio. Il cerimoniale mi era ignoto. E ora? Dovevo recitare versi di poeti morti, massaggiare la sua anatomia? Nel dubbio, non feci niente. Lasciai che mi accarezzasse la schiena e rivolsi lo sguardo in alto, oltre la termosfera, dove le due lune stavano scivolando l’una dentro l’altra fino a diventare una sola.”

“Il giorno dopo avevo mal di testa. Ora capivo che se ubriacarsi serviva a dimenticare di essere mortali, il mal di testa serviva a ricordarsene.”

“Vedevo l’amore riemergere dentro di lei, e provavo un’emozione incredibile, perché era un amore totale, un amore nel fiore degli anni. Un amore del genere può fiorire soltanto in una persona destinata prima o poi a morire, in una persona che abbia vissuto abbastanza da sapere che amare ed essere amati è difficile, ma se riesci a farlo per bene è come vedere l’infinito. Due specchi l’uno di fronte all’altro, perfettamente paralleli, che guardano l’uno dentro l’altro, e la prospettiva è profonda come l’infinito. … L’amore era vivere l’eternità in un solo momento.”

“E in quel momento capii qual è il senso dell’amore. Il senso dell’amore è aiutarti a sopravvivere. E anche smetterla di interrogarsi sul significato di ogni cosa. Smetterla di guardare e cominciare a vivere. Tenere per mano una persona a cui vuoi bene e vivere dentro il presente: eccolo, il significato. Passato e futuro non sono che miti. Il passato è la spoglia mortale del presente; il futuro non esiste, perché fai appena in tempo ad arrivarci ed è già diventato presente. Quindi c’è solo il presente, nient’altro. L’inarrestabile, sempre mutevole presente. E il presente è capriccioso. L’unico modo per afferrarlo è lasciarlo andare. Perciò lasciai andare. Lasciai andare tutto l’universo. Tutto, tranne la sua mano.”

“Prima non mi era mai successo, ma ora mi sentivo terribilmente solo. Così andai a lavorare, e capii perché il lavoro è tanto importante sulla Terra. Ti impedisce di sentirti solo. Ma la solitudine era già lì, ad aspettarmi nel mio ufficio.”

Essere umani è come essere un bambino che il giorno di Natale riceve in regalo un magnifico castello. Sulla scatola c’è una bellissima fotografia, e tu non vedi l’ora di giocare con quel castello, con i cavalieri e le principesse che sembrano vivere in un mondo perfettamente umano, ma l’unico problema è che il castello dev’essere montato. È fatto di tanti pezzi minuscoli e complicatissimi, e le istruzioni ci sono, ma tu non riesci a capirle. E neppure i tuoi genitori, né la zia Silvye. E quindi tu resti lì, a piangere su quel castello ideale che vedi nella foto, ma che nessuno sarà mai in grado di costruire.”

“Qui sulla Terra ci sono il dolore e la perdita, e questo è il prezzo da pagare. Ma le gratificazioni possono essere meravigliose.”

“Davvero, questo pianeta era proprio bello. Forse il più bello di tutti. Ma la bellezza crea dei problemi. Guardi una cascata o un oceano o un tramonto e ti accorgi che vorresti condividerla con qualcuno. La bellezza non ha causa, diceva Emily Dickinson, esiste. In un certo senso aveva torto. Il disperdersi di una luce distante crea un tramonto. L’infrangersi delle onde oceaniche su una spiaggia è regolato dalle maree, che a loro volta sono conseguenza delle forze gravitazionali esercitate dal Sole e dalla Luna, nonché della rotazione terrestre. Queste sono cause. Il mistero è come tutto ciò possa diventare bello. … Per conoscere la bellezza sulla Terra devi fare esperienza del dolore e conoscere la mortalità. Per questo tante cose belle hanno a che vedere con il trascorrere del tempo. Il che potrebbe anche spiegare perché guardare la bellezza allo stato naturale infonda tristezza e alimenti il desiderio di ciò che in vita non si è vissuto.”

Tutte quelle molecole immemori, unite tra loro per creare un’improbabile meraviglia. Spesso le lacrime mi appannavano la vista. Il tramontare di un sole descriveva perfettamente la sublime melanconia della condizione umana. Essere umani voleva dire stare tra una cosa e l’altra, come il tramonto: un giorno che esplodeva di colori disperati mentre si avvicinava inesorabilmente alla notte.


P.S. Che sia un omaggio ad Asimov?


Il professore di cui l’alieno prende il posto si chiama Andrew Martin. Sì, esatto. Sarà che la storia richiama fortemente uno dei temi cardine che Asimov affronta ne “L’uomo bicentenario” – una delle letture con musica dal vivo che propongo – ma il pensiero va al Robot di questo racconto di fantascienza che, attraverso la sua natura “aliena”, porta alla luce ciò che ci rende umani. Il Robot Andrew Martin. Che Haig abbia voluto omaggiare Asimov? Certo è che questa è la prossima storia che vale la pena raccontare…


Prima di salutarci…

Se nel frattempo ti è venuta voglia di leggere “Gli umani”, lo puoi acquistare subito in formato Kindle!

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