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Mangia, prega, ama… viaggia!

    Il viaggio terapeutico di Elizabeth Gilbert inizia la notte in cui si ritrova in ginocchio sul pavimento del bagno a piangere, senza trovare risposta alla domanda “Che cosa desideri davvero fare, Elizabeth?”. E quella che sembra la fine, è un nuovo inizio.


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    Il punto di rottura

    Se anche a voi è capitato di trovarvi a piangere per una vita in cui non vi riconoscete più, dentro la quale non sapete come ci siete finite e non riuscite a scorgere via d’uscita, avete molto in comune con l’autrice del libro.

    È doloroso, dopo che si è tentato per anni di farsi andare bene la propria vita, arrivare ad un punto di rottura in cui ci rende conto che continuare così significa morire ogni giorno. Il punto di rottura di Elizabeth Gilbert arriva dopo anni di matrimonio insoddisfacente, dove né la realizzazione professionale né uno stile di vita agiato e pieno di stimoli possono colmare il senso di vuoto, la mancanza di significato che la sprofonda in un pozzo di disperazione.

    Talvolta i modi di dire paiono solo modi di dire, finché non si sperimenta in prima persona quel sentimento e allora quelle parole diventano un ritratto iperrealistico che cattura lo stato d’animo. E quando si è in un determinato stato d’animo, non si fa caso alla parola “stato”, che come nell’acqua implica prima o poi il passaggio da uno stato all’altro, ma si dà peso solo alla parola “animo”, come fossimo condannati a provarlo per sempre.

    Si sprofonda in un pozzo di disperazione quando si ha la certezza di trovarsi completamente soli ed abbandonati in un luogo irraggiungibile da chicchessia, dove si sta stretti, dove si sta al freddo e l’oscurità ci circonda, dove l’unica cosa con cui lo si può colmare è un mare di lacrime.

    Ma ogni immagine può essere osservata da diversi punti di vista e se il pozzo, visto dall’alto, pare insondabile, paradossalmente proprio dal basso è possibile intravederne l’uscita: lontana, certo, e difficile da raggiungere, ma luminosa! Dal pozzo se ne esce quando qualcuno ci lancia una corda, ma non senza che la si afferri stretta e si sia disposti a risalire.

    A volte la corda viene gettata da un amico, una persona che ci sta vicino, qualcuno a cui stiamo a cuore; altre volte, come nel caso di Elizabeth, siamo noi stessi a calarla, e alla voce interiore che le intima di alzarsi e tornare a dormire, come se quello fosse un momento che si può superare, come se tutto si potesse risolvere, Elizabeth risponde ed il giorno dopo è pronta a prendere in mano la propria vita.

    Al punto di rottura qualcosa si rompe, e a volte è bene romperla!

    Il viaggio di Elizabeth Gilbert

    Il viaggio di Liz inizia con una domanda: “Che cosa voglio davvero fare?”. Quel “davvero” fa la differenza. Distingue l’abitudine ed il senso del dovere dalle proprie più autentiche necessità.

    Così, mettendosi in ascolto dei propri bisogni, Liz compie una scelta che interrompe lo scorrere della vita a cui è abituata: si prende un intero anno sabbatico per viaggiare, dopo aver lasciato il marito, il lavoro e un nuovo compagno con cui ha intrapreso nuovamente una relazione tossica.

    Il viaggio prevede tre tappe: l’Italia, l’India e l’Indonesia. In ciascuna di queste mete, dove trascorre diversi mesi, Liz è alla ricerca della felicità, di uno stato di benessere fisico e mentale che la riporti alla vita.

    In Italia, la prima tappa di questo viaggio terapeutico, Elizabeth cerca leggerezza: il piacere del cibo, della compagnia di amici appena incontrati, dell’esplorazione di luoghi e paesaggi ricchi di nuovi stimoli.

    In India, l’esperienza vissuta all’interno di un ashram, la connette con la parte di sé più profonda, quella ferita, quella delusa, quella fatta di rimpianti e autocritica e rabbia per una vita che non è andata come avrebbe voluto e rabbia verso di sé per non essere stata capace di prenderne il controllo. Attraverso la meditazione, che diverrà una pratica quotidiana anche negli anni a venire, Elizabeth riesce ad accettare, ad accogliere, a perdonare, grazie anche all’incontro con altri che come lei sono alla ricerca di pace.

    L’ultima tappa del viaggio, a Bali in Indonesia, Elizabeth la trascorre in compagnia di Ketut, un anziano guaritore che sembra infondere un grande senso di serenità e gioia. Qui Liz troverà ciò che le mancava per sentirsi completa e soddisfatta: l’equilibrio tra i piccoli piacere della vita di tutti i giorni, che le rendono il viaggio della vita pieno di colori, e la connessione benevola col proprio sé che la nutre e rende l’esperienza luminosa anche nei momenti bui.

    Questo nuovo equilibrio le consente di aprirsi ad una nuova relazione, più matura e consapevole, dove Elizabeth sembra ora in grado di stare nella coppia senza smarrirsi nell’altro, di connettersi all’altra persona rispettando i reciproci confini, di inventarsi un modo di stare insieme che non segue le convenzioni ma parte dal proprio modo di essere e si adatta alla propria vita, che è teneramente e avventurosamente tutta da costruire.

    Voglia di vivere

    In “Mangia, prega, ama” il viaggio fisico coincide con quello interiore.

    Viaggiare da soli, per chi l’ha provato, può essere una grande occasione di crescita: l’affrontare i normali ostacoli che si incontrano lungo il percorso rende più sicuri di sé, ci si sente capaci di agire e di interagire in situazioni scomode, e questo senso di autoefficacia resta addosso come un francobollo siliconato. Ce la si è fatta, quindi ce la si può ancora fare!

    Siamo fatti di corpo, di mente, di spirito, e questo romanzo sembra dire che una felicità duratura la si può ottenere solo se non ci si dimentica di prendersi cura di nessuno di questi aspetti.

    Leggendo la vita della Gilbert viene voglia di ascoltare quella voce che di tanto in tanto fa capolino e dice “Buttati!”, “Prova!”, “Vai!”.

    Viene voglia di affittare una baita nel bosco, di trascorrere un week-end in una capitale a fare incetta di piatti esotici e pinacoteche, viene voglia di allenarsi per raggiungere in estate vette e rifugi montani e di noleggiare un kayak e ridiscendere un fiume, viene voglia di entrare a far parte di un’associazione dove conoscere persone che hanno i nostri stessi interessi, di divorziare o sposarsi, di avere figli o di decidere di non averne, di leggere solo libri che ci piacciono e di abbondare quelli che non ci prendono.

    Viene voglia di avere coraggio. Viene voglia di guardarsi al contempo da dentro, sentendosi protagonisti della propria storia, e da fuori, sentendosene gli autori, scrittori di una trama che spesso ci sorprende e rovescia le carte in tavola, curiosi di sperimentare le cose belle e quelle brutte, sapendo che il viaggio è più grande e che ogni pozzo ha un foro, una fessura da cui filtra luce. Viene voglia di vivere!

    E di fronte ad ogni strada che ci separa dall’andare andare, come direbbe Elizabeth Gilbert… “Attraversiamo!”


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