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La sindrome di… Pollyanna

    Il personaggio creato da Eleanor Porter ha trasceso la letteratura per entrare nella vita di tutti i giorni con il suo “gioco della contentezza”: saper guardare il lato positivo in ogni situazione.


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    Il romanzo di Eleanor Hodgman Porter che ha segnato più di una generazione

    Mi piace, anche da adulta, leggere e soprattutto rileggere libri classificati come letteratura per ragazzi. Perfino quei romanzi ottocenteschi che narrano storie tristissime, anche se a lieto fine, mi mettono a mio agio: un misto tra una calda familiarità e una ventata di leggerezza.

    Sono scorrevoli, “facili” da leggere perché il linguaggio è immediato, le azioni limpidamente descritte, i personaggi con poche sfumature, le descrizioni brevi, i dialoghi scritti come repentini ed espliciti botta e risposta, la trama lineare con il susseguirsi degli eventi per lo più in ordine cronologico.

    Sono le storie che ricordo meglio. E anche quelle che, nella loro apparente semplicità, mi offrono spesso diversi piani di lettura se riletti più volte a diverse età.

    È il caso del romanzo “Pollyanna” di Eleanor Porter: la storia di questa bambina di undici anni che con il suo gioco della felicità ha turbato la mia infanzia e con cui ho fatto pace solo in età adulta.

    Pollyanna, orfana di madre, viene cresciuta dal padre, un pastore anglicano, con l’aiuto delle donne che ne frequentano la Parrocchia. Alla morte del padre, Pollyanna va a vivere con Miss Polly, una zia che non ha mai visto e che accetta di tenerla con sé per mero senso del dovere. Pollyanna viene così accolta in una casa fredda, priva d’amore, e collocata in una soffocante ed inospitale soffitta lontana dalla vista della padrona di casa.

    Ma la perseveranza di questa bambina nel voler trovare in ogni situazione il lato positivo, le consente di trasformare ogni ostacolo in un’occasione di pura gioia. Pollyanna riesce così a far breccia nel cuore degli abitanti dell’intero villaggio, riportando il sorriso a molti che lo avevano perso da tempo e parevano ormai rassegnati ad una vita di malcontento e solitudine. Persino zia Polly cade “vittima” di quest’ondata di felicità, che si rivela essere un sentimento contagioso, come uno sguardo fiducioso alla vita che passa di mano in mano, fino ad espandersi a macchia d’olio. E come nelle peggiori epidemie, l’eccesso di contentezza si rivela una piaga!

    Quando la ricerca di felicità a tutti i costi è una piaga

    Leggendo da coetanea la sua storia, con la mancanza di spirito critico dovuto alla tenera età e alla conseguente mancanza di esperienza, Pollyanna era per me il prototipo della bambina perfetta, modello irraggiungibile di persona che tutti avrebbero amato perché eternamente ed irrimediabilmente felice. Niente sembra abbattere il suo buon umore e la sua visione rosea della vita.

    In ogni situazione, anche la più difficile, Pollyanna riesce a trovare un risvolto positivo, ricorrendo talvolta a dei giganteschi paradossi che ribaltano la prospettiva e mostrano la situazione stessa sotto una nuova luce. E tutti la amano.

    Come se l’amore nutrito per lei derivasse dalla sua capacità di rendere felici gli altri attraverso la propria felicità. Per osmosi.

    Sarebbe stato invece non solo comprensibile vederla piangere, una bambina così piccola, che ha perso entrambi i genitori, che si trova a vivere con un’estranea che non ne tollera nemmeno la presenza… ma avremmo empatizzato con lei, se ci avesse mostrato il proprio dolore senza nasconderlo; se ci avesse reso partecipi di sentimenti che è normale provare, avremmo pensato di poterli provare e condividere anche noi quegli stessi sentimenti, se non ci fossero stati adulti ad elogiarne invece le lacrime trattenute ed il sorriso mostrato a denti stretti. Quale groppa in gola deve esserle costato il suo gioco della contentezza, per riuscire a ricacciare indietro il dolore ed il senso di ingiustizia per la perdita dei genitori e la profonda tristezza e rabbia per la mancanza d’amore che riceve in cambio!

    Invece nel romanzo della Porter è Pollyanna a ribaltare le sorti, non solo la propria ma anche quella di tutti gli adulti che la circondano, per i quali si fa portatrice di felicità. E tutti la amano.

    Da piccola che ero, non potevo rendermi conto di quanto poco questi adulti mi fornissero dei modelli sani, di adulti capaci di prendere in mano le redini della propria vita, senza delegare il compito, e la responsabilità, ad una bambina.

    Da piccola, non ho mai messo in discussione il messaggio che mi arrivava senza filtri dal libro. Ne ho accettato senza batter ciglio gli insegnamenti:

    • non piangere, sii forte!
    • soprattutto non farti vedere quando piangi, perché agli altri piaci quando sorridi e sei felice
    • sei meritevole di amore solo se rendi felici anche loro

    Accidenti, un peso enorme da portare!

    Quando l’ottimismo diventa cieco, e ci convinciamo che la felicità sia l’unico stato in cui poterci relazionare ed essere accolti dagli altri, la contentezza rischia di diventare una maschera che ci garantisce solo un unico risultato: un’autentica e duratura infelicità!

    Un arcobaleno di emozioni

    Non solo non si può essere sempre felice, ma non è nemmeno auspicabile.

    Non ci può essere felicità reprimendo le lacrime, negando la tristezza senza concedersi il tempo per sentire il dolore ed accoglierlo come parte integrante della vita, con un sorriso stampato in faccia a tutti i costi per dimostrare una resilienza fittizia, senza accettare invece che la vita ci pone di fronte a dei limiti che ci obbligano a confrontarci anche coi nostri di limiti.

    Non ci può essere uno stato di profondo benessere se pensiamo che la felicità sia l’unica emozione condivisibile, come se la tristezza, la rabbia, la paura, la sfiducia, il senso di vuoto, non potessero anche loro essere condivisi. Sono invece proprio queste emozioni che ci fanno sentire vicini. Vulnerabili, certo, e proprio per questo così simili gli uni agli altri.

    Nascondere queste emozioni dietro una maschera sorridente non è felicità, è negazione.

    Invece quanto è importante accettare ed elaborare tutta la vasta gamma di emozioni e sentimenti che proviamo, per arrivare ad essere autenticamente e profondamente vivi! E sì, anche felici!

    In una società che ci sprona ad essere efficienti, resistenti, positivi (temo più per un discorso legato alla produttività che non all’etica) quante occasioni rischiamo di perdere per farci conoscere per come siamo: a volte forti, a volte fragili; a volte capaci di affrontare la vita, a volte sopraffatti dalla vita stessa.

    Perfino Pollyanna alla fine non riesce più a giocare al suo stesso gioco e ha bisogno degli altri per ritrovare la gioia di vivere. L’aspetto che, da adulta, ho più apprezzato del libro: che non per forza bisogna farcela sempre da soli!

    E posso dire di essere stata più che felice di rileggerlo per ricordarmi anche che i libri non sono manuali, ma specchi in cui la realtà viene riflessa, distorta, riletta, e sempre messa in discussione.

    Come curare la sindrome di Pollyanna

    A quanto pare, quando si vuole essere felici a tutti i costi, quella di Pollyanna diventa una vera e propria sindrome!

    Chiamata così da due psicologi, Margret Matlin e David Stang nel 1978, la sindrome di Pollyanna è la tendenza a ricordare soprattutto gli eventi positivi della vita, a discapito di quelli spiacevoli.

    Come può essere negativo focalizzarsi sulle “cose belle”?

    Perché uno stato di benessere, derivante dall’essere soddisfatti di sé e della propria vita, non lo si raggiunge idealizzando la realtà, ma facendo i conti con gli aspetti più difficili della vita ed integrandoli in una cornice di significati che ci consentano di viverla nella sua complessità, muovendoci tra alti e bassi.

    L’equilibrio non è qualcosa di statico, piuttosto qualcosa in continuo movimento, in perenne oscillazione senza fermarsi troppo a lungo sugli estremi. E se un atteggiamento fiducioso, speranzoso nei confronti dell’esistenza può aiutarci a vivere la via vita in pienezza, non è negando tutto il resto che possiamo dirci felici. Piuttosto, perennemente in fuga dal dolore, con inevitabili ripercussioni sul nostro benessere.

    Se da bambini non ci è concesso star male, se ci viene insegnato che il dolore va evitato, quanta sofferenza deriverà dal non riuscire ad accettare la vita per quella che è: un miscuglio di bellezza ed oscurità.

    Forse l’errore alla base di questo atteggiamento, che gli psicologi definiscono “ottimismo ottuso”, è la convinzione che ci siano emozioni positive ed emozioni negative, e che per “star bene” occorra scacciare quelle “negative” come la rabbia, la tristezza, la paura.

    Ma le emozioni sono messaggi chiari e forti che esistono per aiutarci, sono preziosi alleati che ci dicono di cosa abbiamo bisogno, che cosa ci manca, quando fermarci e dire basta, quando qualcosa va accettato, lasciato andare, abbracciato.

    Non ci sono emozioni negative, solo ricchezza di stati d’animo che sono tutti parte di noi e che fanno parte della nostra crescita.

    Quest’anno tutti i libri presentati ad “Incipit: Quale di questi libri scegli?” parlano di felicità. Molti di questi iniziano con un lutto, una perdita, una malattia. La felicità sembra proprio parte inscindibile del tutto, qualcosa a cui si arriva passando proprio attraverso il dolore, la tristezza, la paura, la rabbia.

    Dove ci conducono le nostre emozioni? Come ci modellano? Che cos’è questa felicità, se non un viaggio lungo ed accidentato, in compagnia di se stessi?


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