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Addio all’estate, Edward Hopper

    Com’è che anche un libro che sembra non piacermi riesce a parlarmi?


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    La Corn Hill di Edward Hopper

    Nella libreria, tra i libri di narrativa che stanno lì da anni, ce n’è uno che dopo aver letto ho tenuto per un motivo diverso dal piacere che il leggerlo mi ha dato. Ricordo infatti che non mi era piaciuto un granché. Però adoro guardarne la copertina.

    “Addio all’estate” di Ray Bradbury, edito da Mondadori nel 2008, ha in copertina un quadro di Edward Hopper, “Corn Hill”.

    Cosa darei per poterlo vedere dal vivo! Si trova al McNay Art Museum di San Antonio, in Texas. Immagino se lo tengano stretto! Io farei lo stesso!

    Lo so, esistono poster da poter affiggere al muro. Ci sto facendo un pensierino anche: per soli 8,44 € + spedizione potrei avere Corn Hill sempre davanti agli occhi.

    Ma il connubio pittura-letteratura è come una calamita, una sferzata di fascinoso magnetismo che mi porta a visualizzare il libro, in qualche modo bloccato su di una tela, circondato da una cornice di legno chiaro, che da dove siedo mi proietti là dove vorrei essere.

    Mentre tentavo di risolvere tra me e me i limiti che riscontro nel bricolage, vi racconto perché “Addio all’estate” resterà ancora per molto tempo sullo scaffale, accanto ad altri libri senza tempo.

    L’altro giorno, presa dal periodico raptus minimalista che mi assale ciclicamente, mi sono posizionata di fronte alla libreria, ok, ad una delle librerie, mani sui fianchi, passando in rassegna con sguardo penetrante ed intenzioni serissime ogni singolo volume, chiedendomi a quali avrei potuto dire addio.

    L’occhio si è fermato su “Addio all’estate”. Mi sono chiesta se valesse la pena conservare un libro solo per fargli fare capolino un paio di volte l’anno per quella trentina di secondi che appaga la vista e poi riporlo senza che la storia abbia altrettanta presa su di me.

    Così ho deciso, dopo tanti anni, di rileggerlo. Mi sarei poi sentita confortata al pensiero di dargli nuova vita affidandolo a mani che avrebbero saputo apprezzarlo di più.

    L’addio all’estate di Ray Bradbury

    Non ricordavo nulla della trama, solo la scena d’apertura: un bambino nella casa dei nonni.

    E più leggevo, più pensavo: “Certo che scrive strano, Bradbury”.

    Dopo aver letto “Fahrenheit 451”, libro che gli ha dato la notorietà mondiale di cui gode, non credo di aver letto altro di suo. Ma questa storia, con la fantascienza, non ha nulla a che fare. Bradbury in questo senso mi ricorda Stephen King: scrive di tutto e lo fa bene.

    “Addio all’estate” è un romanzo di formazione. Parla della crescita, dello scorrere del tempo, del passaggio di testimone da una generazione all’altra, dell’ineluttabile e del mistero della vita e della sete di sapere che cosa la vita davvero sia.

    Parla del diventare grandi e del rivedersi nei più piccoli, parla di un tempo che per ognuno scorre e non torna più, parla di chi guarda avanti e di chi sente di avere ormai tutto alle spalle.

    Parla della vita, sì, quindi anche della morte.

    Parla di quanto si faccia fatica a riconoscersi nel continuum delle stagioni e di quando accade che per un attimo ci si rispecchi negli occhi di chi sta vivendo un’altra età dalla nostra e in quell’attimo l’uno si ricordi di quel che è stato e per l’altro si apra uno spiraglio su ciò che sarà.

    E ho continuato a leggerlo anche se continuava a non piacermi troppo, questo strano stile, questa narrazione a balzi fatta di immagini e prospettive di cui non ho capito sempre tutto, parola per parola, ma che come una diga ha lasciato che qualcosa in me si accumulasse finché mi sono ritrovata a piangere sulle pagine, col desiderio di custodire questa strana storia che, come il quadro di Hopper, mi racconta qualcosa che ho dentro.

    Le stagioni della vita

    Ho potuto vedere nel libro di Bradbury qualcosa che anni fa non potevo ancora vedere.

    La mia stagione è forse l’inizio dell’autunno. È una bella stagione. Ho il privilegio di poter osservare chi vive nell’estate, sentendone ancora il calore, e di iniziare a comprendere sempre di più l’inverno.

    “Addio all’estate” mi fa sentire potente la connessione tra le stagioni della vita, i suoi cicli, e invece di portare a ripiegarsi su se stessi, sposta lo sguardo all’infanzia, alla giovinezza e alla vecchiaia che ci circondano, come potessimo vivere, anche solo per brevi frammenti di tempo, tutte le stagioni assieme.

    È la vita che scorre, al contempo sempre nel tempo presente.

    La storia era già lì, non era però il momento per me di incontrarla, la prima volta che l’ho letta.

    Ora il libro è di nuovo al suo posto nella libreria, accanto ai libri senza tempo, di quelli che leggo ad ogni nuova stagione della vita e sempre mi connettono alla me di quell’istante.


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